Intervista ad Italo Vignoli, membro del board OSI (Open Source Initiative)

Cari lettori, tenete il vocabolario a portata di mano che oggi leggerete un’intervista importante su un tema serio.

Ci ha concesso un po’ del suo prezioso tempo Italo Vignoli membro del board OSI (Open Source Initiative).

Come leggerete, OSI svolge un importante ruolo a tutela del nostro mondo.

Scopriamolo insieme ponendogli qualche domanda.

Che obiettivi ha, oggi nel 2017,  la OSI?

“OSI (Open Source Initiative) è stata fondata nel 1998 da Bruce Perens e Steve Raymond, per riequilibrare la comunicazione del software libero, che FSF aveva spostato un po’ troppo – secondo i due fondatori – sugli aspetti etici, a discapito di quelli legati al business. Oggi, dopo 20 anni, l’obiettivo si è allargato, in quanto la semplice certificazione – e quindi alla difesa – delle licenze open source sulla base della OSD (Open Source Definition) non è più sufficiente, di fronte alla crescita esponenziale del mondo open source e all’ingresso di aziende che usano il software open source in modo tattico come Microsoft e IBM, perché vorrebbero tanto eliminare la comunità indipendente del software open source e portare tutto sotto il controllo delle corporation. Quindi, oggi cerchiamo anche di aiutare tutti coloro che scelgono il software open source in modo strategico non solo a scegliere la licenza più appropriata ma anche il modello di business (e tutto quello che ne consegue, come l’organizzazione e le principali attività). Tutto questo rientra all’interno del progetto “Beyond Licensing”, ovvero “oltre la licenza”. Concludo sottolineando il fatto che a differenza di FSF, che ha una governance tipicamente oligarchica (il governo di pochi che si scelgono per cooptazione e quindi per omogeneità di pensiero) guidata ancora oggi dal fondatore, OSI ha una governance di tipo elettivo dove i due fondatori non hanno più nessun tipo di ruolo.”

Tanta carne al fuoco! In che rapporti siete con la FSF di Stallman?

“Eccellenti e pessimi, a seconda delle situazioni. Condividiamo gli stessi principi, visto che la Open Source Definition è addirittura più restrittiva rispetto alla definizione di software libero della FSF (per esempio, OSI non ammette volgarità nel testo delle licenze, per cui non certifica la WTFPL – Do What the Fuck You Want To Public License – mentre FSF la riconosce), ma ci muoviamo in modo diverso. FSF punta sugli aspetti etici e ignora completamente quelli legati al business (anche se le licenze GPL, LGPL e AGPL contemplano il pagamento del valore aggiunto legato al software), mentre OSI cerca di gestire la situazione – legata alla presenza anche di aziende quotate in borsa all’interno dell’ecosistema, come Red Hat, che è un buon membro della comunità open source, e IBM e Microsoft, che non solo sono pessimi membri della comunità open source ma eliminerebbero volentieri la comunità dal mondo del software open source – e quindi cerca di puntare su un processo costruttivo che rafforzi la comunità open source. Andare contro Apple, facendo manifestazioni davanti agli Apple Store come fa FSF (in modo particolare all’Apple Store di Boston), non serve a nulla, se non a creare fastidio negli utenti Apple, che sono costretti a tornare il giorno successivo per fare i loro acquisti, e quindi sviluppano un atteggiamento negativo verso il mondo del software libero. Ben diverso sarebbe fare una campagna di educazione all’uso del software libero anche su piattaforma Apple, per creare consapevolezza. Inoltre, se parliamo di libertà dobbiamo anche essere i primi a rispettare le libere scelte di coloro che acquistano un personal computer Apple o utilizzano Windows, aiutandoli a comprendere a cosa rinunciano, ovvero all’indipendenza dagli obiettivi commerciali di un’azienda – che non coincidono mai con le necessità dell’utente – e nel caso di Windows anche a sicurezza e affidabilità. Il percorso non è facile, ma il mondo del software libero ha già perso troppo tempo a combattere battaglie individuali piuttosto che puntare a una serie di obiettivi comuni, mentre aziende come Microsoft lavoravano a rinnovare la propria strategia, passando dal vecchio Embrace Extend Extinguish a un più attuale “I love Linux” che nasconde la precisa volontà di portare il software open source – con licenza permissiva – sotto il controllo delle grandi aziende, per poi trasformarlo in software proprietario (cosa consentita solo dalle licenze permissive, che infatti io definisco “predatorie”) una volta annientata la comunità.”

Quanto la ritenete decisa questa strategia predatoria?

Avete riscontri circa la determinazione distruttiva di questi “cattivi membri”?

“La posizione che ho espresso in merito a IBM e Microsoft è personale, visto che esula dal perimetro delle competenze OSI (certificazione delle licenze, e supporto dell’ecosistema composto dalle organizzazioni not for profit che si occupano di software open source), ed è ovviamente influenzata dall’esperienza personale nella comunità prima OpenOffice e poi LibreOffice (progetto di cui sono stato fondatore, e del quale coordino il marketing e la comunicazione a livello globale), che non è stata certo caratterizzata da rapporti idilliaci con queste due aziende. Prima di entrare nel mondo del software open source, e diventare un convinto e acceso sostenitore dello stesso, ho lavorato per oltre vent’anni prima come dirigente e poi come consulente di comunicazione sempre nel settore ICT, per cui conosco molto bene il mondo dell’hardware e del software proprietario. Sono stato consulente di 3Com, Adobe, Apple, Compaq, Corel, Dell, IBM, Intel, Logitech, Macromedia, Motorola, Nortel, Novell, Tektronix, Texas Instruments, US Robotics e Wacom (e di altre aziende meno conosciute di queste). “Leggere” tra le righe delle strategie di marketing non è molto difficile, soprattutto nel caso di aziende che ancora oggi fanno oltre il 40% del proprio fatturato e quasi l’80% del proprio utile con Windows, Office e Surface, come Microsoft. Dichiarare il proprio amore per Linux, che domina il mercato dei server, ha l’obiettivo tattico di rientrare dalla finestra dopo essere usciti dalla porta, per riconquistare qualche punto di quota di mercato. Nel caso di IBM non è nemmeno necessario leggere tra le righe, perché basta analizzare quello che hanno fatto con Apache OpenOffice: un progetto creato per uccidere LibreOffice annientando la sua comunità (con anni di guerra aperta a base di comunicati stampa, presentazioni, blog ed email), tanto che quando è stato evidente che LibreOffice non sarebbe mai morto IBM è uscita da AOO lasciando la minuscola comunità al proprio destino (dopo aver dichiarato amore eterno per OpenOffice e per il software open source).”

A tuo parere anche l’abbandono di Unity da parte di Canonical fa parte di queste strategie? Se no, danneggerà comunque il futuro dell’Open Source?

“No, l’abbandono di Unity è la logica conseguenza di scelte sbagliate – come l’assenza di comunicazione nei confronti della comunità degli sviluppatori – o un po’ azzardate, come quella relativa a Ubuntu Phone (in un mercato dominato dai carrier non è nemmeno ipotizzabile l’annuncio di uno smartphone senza l’annuncio di un accordo con un carrier). Il concetto di un’unica interfaccia utente accessibile a tutti gli utenti, e soprattutto a quelli non tecnici come il sottoscritto (laurea in lettere nel 1978), era perfetto, ma non è stato comunicato in modo opportuno, e quindi ha creato le frizioni tipiche del contraddittorio tecnologico (il mio bit è meglio del tuo) senza raggiungere – se non marginalmente – il target degli utenti Windows, che avrebbero dovuto essere l’unico obiettivo. Personalmente, senza Unity, dovrò cercare un’alternativa percorribile, che per il momento è solo Cinnamon, visto che KDE e GNOME sono inutilizzabili (per il mio modo di concepire la user interface, che continua a essere quello di un utente “umanista”). Inoltre, spero che l’abbandono di Unity non si traduca nella perdita di market share da parte di Linux sul desktop (visto che dopo anni è riuscito faticosamente a superare il 2%).”

Com’è organizzato il board di OSI? Quanto tiene impegnato i singoli membri?

“Il Board of Directors OSI è composto da 10 persone: un General Manager stipendiato e 9 volontari, tra i quali vengono eletti un President, un Treasurer e un Deputy Treasurer. Io sono l’unico a non essere madrelingua inglese e uno dei 2 Europei, e questo la dice lunga sulla distonia tra un mondo open source molto più forte in Europa che negli Stati Uniti, che viene rappresentato nelle sedi istituzionali soprattutto da nordamericani. L’impegno dei 9 membri volontari è di un paio di giorni lavorativi al mese, tra meeting e attività desk, divisi su più giorni (in quanto si lavora in modo asincrono utilizzando e-mail e IRC).”

Da cosa credi che dipenda questa distonia? Ognuno di noi può fare qualcosa al riguardo?

“Sicuramente, la padronanza dell’inglese ha un ruolo fondamentale, perché quando si esce dai Paesi anglosassoni il livello è spesso imbarazzante, anche da parte di persone che nel CV dichiarano una conoscenza più che sufficiente. A questo, aggiungiamo il fatto che sia gli europei sia gli asiatici hanno paura – quasi sempre a ragione – di venire schiacciati all’interno di un ambiente dove sono una visibile minoranza. Bisognerebbe fare in modo, alle prossime elezioni, di avere un maggior numero di candidati europei e asiatici, ma la cosa non è così semplice, perché all’interno delle comunità open source c’è una minoranza di persone in grado di reggere un contraddittorio con gli anglosassoni, che sono culturalmente più orientati alla comunicazione. Io rappresento sicuramente una anomalia del sistema, in quanto parlo inglese in modo quasi fluente (e lo scrivo con un ridotto numero di imperfezioni), ho un fortissimo orientamento alla comunicazione (ho conseguito master in marketing, relazioni pubbliche, giornalismo e strategie di comunicazione negli Stati Uniti, con punteggi quasi sempre superiori a quelli degli studenti anglosassoni), e non mi lascio intimorire praticamente da nessuno, anche perché sono abituato a parlare in modo molto chiaro e trasparente (cosa che spesso spiazza gli anglosassoni). Bisognerebbe avere un maggior numero di persone con un background diversificato all’interno dei progetti open source, invece di una maggioranza di persone con un background estremamente tecnico (ma anche estremamente miope verso tutto quello che non è squisitamente tecnico).”

fine prima parte

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Giuliano Zamboni

Appassionato di Open Source, buona cucina e pallacanestro.
Arch Linux è la mia distro.
Sono cofounder di Linux Hub

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